Cronache di un Ippon.

Ho la fortuna di allenarmi in un bel dojo, con un clima sereno e in cui coesistono diversi livelli e intensità di allenamento: c’è chi si prepara per le competizioni europee e chi invece vede il kendo come la sua ora di svago settimanale, tutto ciò senza che ci siano drammi o problemi per una categoria o per l’altra.

Ovviamente non è sempre stato facile, ma dopo anni di allenamenti insieme abbiamo trovato la nostra quadra.

La Shubukan, quando Sensei dice che la cena è dopo l’allenamento.

Personalmente, non rientro di sicuro nella prima categoria, anche se, come tutti, mi piacerebbe vincere qualcosa prima o poi (fosse anche un peluche al luna park).

Il fatto di “vincere”, personalmente,  è più legato alla dimostrazione di essere sulla strada giusta che non all’atto in sé: ho sempre pensato che il riconoscimento di star svolgendo un buon lavoro debba arrivare dall’esterno e non da sé stessi,  ed un buon modo per ottenerlo è vedere la bandierina alzata con il proprio colore.  

In tutti questi anni ho visto i miei compagni migliorare giorno dopo giorno, e mi sono chiesta più volte perché io non riuscissi a fare lo stesso salto di qualità che mi rendesse decisiva in uno shiai ( decisiva= fare un punto senza che sia solo una questione di puro culo) : sarà la mia scoordinatezza? I miei geni? Le mie capacità di concentrazione di un pesce rosso?  La luna nel segno di orione?

 

 

Dopo ben nove anni di kendo in cui non ho mai vinto uno shiai, pensavo che non sarei mai uscita dal tunnel ed ho quindi iniziato ad arredarlo: al grido di “Non importa vincere, l’importante è fare un bel kendo” ho iniziato ad  ascoltare sul serio  sensei e sempai, lasciando l’abito da povera vittima in spogliatoio e mettendomi a lavorare per davvero.

Uscire dalla propria comfort zone e rimettere in gioco tutto quello che si pensava di sapere è terrificante, faticoso e devastante a livello emotivo: ti sembra di utilizzare lo shinai con la stessa grazia di Fred Flinston e la sua clava,  e i tuoi piedi non sono mai dove dovrebbero essere.

Bonus: la gamba sinistra è di marmo.

Eppure, tutto ciò alla lunga (molto lunga) mi ha ripagato: sono riuscita a vincere non uno, ma ben due shiai durante l’Hagakure Cup, in una super giornata che resterà nei miei annali e verrà narrata a tutti coloro che incroceranno la mia strada. (Fuggite, sciocchi!)

La soddisfazione maggiore è stata, oltre al vincere i due incontri, il riuscire ad usare al meglio la mente e il non fare movimenti  a caso (chi ha avuto il dis-piacere di vedere il mio kendo sa benissimo quanto questo sia un evento più unico che raro) e il lavoro di arredo del tunnel è stato decisamente ripagato dal vedere la mia bandierina alzarsi.

Ho poi perso al primo scontro diretto, ma ehi! HO TIRATO BENE!

 

Edit: Questo articolo è stato scritto in un momento di totale follia a fine gennaio, quando tutto quello che abbiamo vissuto in questi mesi sembrava ancora solo un romanzo di fantascienza.
Con il senno di poi mi sento di dire che, metaforicamente parlando, questo periodo di quarantena mi ha ricordato molto il tunnel (del kendo) da cui non penso di essere ancora uscita.

Ho però realizzato che non sono da sola e che non è obbligatorio procedere al buio, dopotutto, come ha scritto Terry Pratchett: “It’s better to light a candle than curse the darkness.”

 

~articolo a cura di Elena Ghiglione

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